Psicosi 4.48 / Cantico

di SARAH KANE
Traduzione di BARBARA NATIVI
Regia, ideazione spazio scenico, colonna sonora DAVIDE IODICE
con VALENTINA CAPONE
Disegno in scena MARIA PIA CINQUE
Luci MAURIZIO VIANI
Collaborazione tecnica PAOLA TINTINELLI
Organizzazione PAOLO AMBROSINO
Produzione LIBERA MENTE , TEATRO LABORATORIO SAN LEONARDO
In collaborazione con FESTTEATRO TIRANO CH, SANTARCANGELO DEI TEATRI, TEATRO PETRELLA DI LONGIANO, PENNABILLI CHIAMA S.R.L.
con il sostegno di REGIONE EMILIA ROMAGNA – ASSESSORATO ALLA CULTURA

Sto cominciando a scrivere un testo intitolato 4.48 Psycosis. Parla di una depressione psicotica, di quello che succede, cioè, nell’animo di una persona quando le linee di confine che permettono di distinguere la realtà dalle diverse forme dell’immaginazione, si dissolvono completamente, fino al punto di non riuscire più a percepire la differenza tra la vita sognata e quella da svegli. Non si sa più dove finisce l’individuo e dove comincia il mondo. Se, per esempio, io fossi psicotica non farei nessuna differenza tra me stessa, questo tavolo, e te. Tutto sarebbe parte di un continuum. I margini delle cose cominciano a fondersi. Formalmente io cerco di fare la stessa cosa, di fondere insieme orizzonti diversi sino a che forma e contenuto diventino un tutt’uno.Quello che ho cominciato con Crave cerco di spingerlo un po’ più lontano. Per me si traccia così una linea molto chiara che parte da Blasted, passando per Phedra’s love fino ad arrivare a Crave e a quest’ultimo lavoro. Non so dove questo processo mi porterà.

Sarah Kane / estratto da una conversazione con alcuni studenti – novembre 1998

Del grido resta una nota viva, dolorosa ma fatta gentile, che spinge al canto, alla melodia. Del “gesto” resta il nitore di perla tragica, la sua incomprensibile sfericità. Della malattia resta la veggenza della febbre. Resta una cabala amorosa, un infinito bruciare, colpire, tremare, sfiorare, lanciare, ondeggiare, bruciare…. Del morire ci resta un comico svenire con cui ci perdoniamo l’un l’altro “questa indecenza di sopravvivere”. Dirsi meravigliose bugie.

In uno spazio bianco e cavo che diventa ogni cosa: l’orizzonte confuso della mente ferita, la reticella strappata del cuore , la stanza d’ospedale, il tempo dell’attesa, il luogo ‘spinoso’ dello sguardo, una attrice e una disegnatrice danno vita al mondo visionario e doloroso di una delle autrici più significative della letteratura teatrale contemporanea