La tempesta

(dormiti gallina dormiti!)

da WILLIAM SHAKESPEARE
Scrittura scenica in napoletano SILVESTRO SENTIERO
Regia DAVIDE IODICE
Canzoni NINO D’ANGELO

PERSONAGGI E INTERPRETI IN ORDINE DI APPARIZIONE
PROSPERO RINO GIOIELLI
CALIBANO NANDO NERI
ARIEL EMI SALVADOR ALONZO
RE DI NAPOLI ANGELO MONTELLA
ANTONIO/TRINCULO DAVIDE COMPAGNONE
SEBASTIANO/STEFANO SILVESTRO SENTIERO
GONZALO GIOVANNI LUDENO
FERDINANDO VINCENZO DEL PRETE
MIRANDA TANIA GARRIBBA

Musiche in scena
FISARMONICA, VIOLINO, FLAUTI LUCIANO CATAPANO
BATTERIA, PERCUSSIONI CLAUDIO MARINO
FLAUTI, CLARINETTO, TAMMORRE LELLO SETTEMBRE

Elementi scenici MASSIMO STAICH, GRAZIA PAGETTA
Costumi DANIELA SALERNITANO
Produzione “LIBERA MENTE” NAPOLI / C.R.T. CENTRO DI RICERCA PER IL TEATRO MILANO

PREMIO UBU 1999
PREMIO TEATRO A NAPOLI 2000

La Tempesta è l’ultimo lavoro di Shakespeare, la fine del teatro e la sua assoluta necessità: il teatro non può cambiare il mondo. Ma che importa! Che importa, se Prospero, “con generose mani” può ancora tentare di incantare il pubblico con la sua magia, perché la magia un mondo più bello ce lo faccia almeno vedere in una specie di sonno, di sogno. Che importa, se Ariele, genio comico dei matrimoni napoletani, può “sciogliere i suoi legami” e fingere di volare, se Calibano può essere terribile quando la sera si esibisce nel suo numero migliore… Che importa se poi la musica può prendere tutto ed incantare, ancora ed ancora…

CONVERSAZIONE TRA GOFFREDO FOFI E DAVIDE IODICE INTORNO ALLA TEMPESTA

La differenza di libera mente è quella di portare più avanti una logica che è di molti gruppi teatrali contemporanei: stare nel “sociale” come pesci nell’acqua, elaborare spettacoli vari e variamente finalizzati rifiutando la rigidità del gruppo come piccola setta o famiglia o associazione o coop.
Mutevole è la realtà, soprattutto quella napoletana – che corre non si sa verso dove, ma si sospetta verso una progressiva somiglianza a tutto il resto salvo che nei suoi margini, forse irrecuperabili per motivi che qui è di troppo analizzare – e libera mente ci è immersa, sulla indefinibile soglia tra due città e tante cose. Non si rinuncia alla professionalità, non si rinuncia all’approfondimento delle esperienze, ma non si rinuncia neanche alla diversità, in un rapporto costante con ciò che il teatro propone di meglio, in un paese che non si merita il teatro che ha e che pensa che sia teatro quello degli Stabili; e con ciò che la società propone di più drammatico o di più vivo (spesso la stessa cosa).
Si tratta, per l’appunto, di portarci dentro un di più di socialità (non di “società”) e un’idea molto pratica e concreta di comunità. Si allarga e si restringe, il gruppo di libera mente, come la fisarmonica di una delle sue “attrici” (attore, attrice: persona che “agisce”). E mette alla prova i “nuovi” e gli entusiasti, pratica l’autoformazione e l’autorganizzazione, inventa a partire da una cultura che è di situazioni specifiche, alla confluenza tra il precariato giovanile e il cosiddetto sottoproletariato urbano, in un’ottica in cui la parola “gioventù” (così insopportabile oggi, così carica di connotazioni pubblicitarie) riacquista il suo senso di soglia, di punto di osservazione del vero, di luogo dell’invenzione insoddisfatta, di una irrequietezza creativa necessariamente a-solitaria, ma anche a-conformista, a-massificata.
Non si esclude il dolore, la solitudine, la rabbia – ma se gruppo ha da essere, tutto questo può superarsi e ritrovarsi anche nella vitalità e nell’allegria dello stare insieme, con il pubblico “giusto”, che cioè ci somiglia o che si vuole ci somigli.
Con meno esattezza, con più libertà di altri gruppi, libera mente è un modo di vivere una gioventù che non si vergogna di essere tale e che non idealizza nessuna maturità altra da quella della sintonia con il proprio mondo, che non è il mondo delle maggioranze.

Goffredo Fofi

G.F. La Tempesta è uno dei grandi testi corali di Shakespeare, io credo che tu l’abbia scelto per questo motivo, per riuscire a mettere insieme componenti varie della tua sete di compagnia, della tua sete di mescolare persone, di fare intrecciare tra di loro esperienze diverse dentro uno spettacolo. La Tempesta è anche un testo molto connotato, una storia importante: è l’Isola, è l’America, è il luogo della selvaggeria in cui la civiltà va ad incontrarsi e deve trovare una mediazione. È anche una riflessione come sempre sulla politica, su come si governa la città che è poi l’Inghilterra, su come si governa l’Isola che è questo posto magico e strano su cui bisogna reinventare tutto. Insomma, perché La Tempesta, che cosa di queste mille componenti che si intrecciano in Shakespeare ti ha ispirato?
D.I. Naturalmente i motivi sono diversi e non tutti chiari per me. L’aspetto corale dell’opera è sicuramente importante. La Tempesta in un certo senso mi fa pensare ad un teatro profugo, una condizione che mi sembra rispecchi molto l’identità di libera mente e degli artisti che ho incontrato in questi anni, e che qui vorrei mettere insieme. Mettere insieme età diverse, tipi di teatro diversi: i vecchi attori conosciuti nel lavoro con Nino D’Angelo e i ragazzi della compagnia. Mi sembra che questo rapporto ci sia molto nella Tempesta. Per Miranda si fa tutto, per Miranda e per Fernando si fa tutto, per Miranda che è anche e fondamentalmente il pubblico, poi, si fa tutto. Un altro motivo è che da un po’ di tempo ho trovato un senso nel costruire gli spettacoli come se ognuno fosse la tappa successiva dell’altro: un unico spettacolo. Cerco di cominciare sempre esattamente da dove ho finito, anche formalmente, per cui Che bella giornata! comincia dove finisce Pinocchio, e anche La Tempesta dovrebbe cominciare dove finisce il nostro Colombo, dall’approdo su un improbabile nuovo mondo dove crescono scarole, pomodori e pascolano crapule ridarecce, su quest’isola irreale che è una America che come sempre, fortunatamente, non c’è.
G.F. È lo stesso errore in cui è incorso Cristoforo Colombo, che pensava di andare nelle Indie e invece è sbarcato in America, tu pure sbarchi su un altro posto.
D.I. È inevitabile credo. L’isola su cui sbarchiamo è l’isola del palcoscenico, il Teatrum Mundi, l’isola di Shakespeare.
G.F. Tu sai che l’isola è la figura tipica dell’utopia, da quella di Tommaso Moro in avanti, fino all’isola di Aldous Huxley, è il luogo del possibile, del reinventare la società.
D.I. Certo, anche se l’aspetto politico io lo osservo da un’altra angolazione. Sentivo qualche giorno fa di questa sorta di millenarismo telematico, cioè del fatto che nel 2000 il sistema generale dei computers sarà messo in crisi dall’azzeramento delle date, creando una specie di sospensione della modernità, vale a dire che siamo in una età avanzatissima ma assolutamente bloccati. Essere dentro il tempo, ma con una forte radicalità, un forte attaccamento a ciò che c’è dietro è secondo me una possibilità di resistenza, di risignificazione, soprattutto, per quanto mi riguarda, dei linguaggi espressivi. L’isola di Prospero è l’isola dove regna Calibano, e Calibano è fondamentalmente questa sospensione di modernità, l’attaccamento alla roccia, ed è anche il talento naturale di Prospero, come dice Girard, la sua vera magia. Forse è lo stesso Calibano che ha insegnato a Prospero il teatro.
Un altro aspetto importante per me è il disordine. Nei nostri spettacoli c’è sempre un disorientamento, uno spaesamento da opporre alle rotte sicure della Storia, e anche quello della Tempesta è un mondo che immagino disordinato, un mondo che non sta in piedi, che si regge con grande sforzo degli elementi.
Prospero è probabilmente molto vicino al Sik Sik di Eduardo, Ariel è per me un cantante da matrimonio, un artista di varietà, Calibano appartiene ad un pre-teatro, ad una pre-espressività.
G.F. La Tempesta può essere fatta, ovviamente come tutti i testi di Shakespeare, con tre lire e con cinquecento miliardi, insomma, come Tornatore: quarantatre miliardi. Si può avere il massimo di gioco scenico, di scenografia, alberi veri, ci puoi mettere dentro tutto, e nello stesso tempo ci puoi mettere dentro niente, probabilmente come faceva Shakespeare: un albero, una palma stilizzata, e basta per fare la scena. Veramente La Tempesta si può fare con il minimo assoluto. Come pensi di risolvere questa cosa? Non ho mai visto nei tuoi lavori, nel tuo tipo di regia l’uso di una scenografia, piuttosto parlerei di una coreografia all’interno della quale si muovono gli attori.
D.I. Sì, il lavoro che facciamo con Massimo è sostanzialmente un lavoro di scansione ritmica dello spazio, il punto di partenza è sempre il vuoto. È come quel clown che diceva che tutto sta nel momento in cui si arriva nella pista con le mani nude e non si sa che fare, in quel vuoto c’è tutto. Lo spazio ideale per me è sempre a pianta centrale, anche per le condizioni economiche nelle quali lavoriamo solitamente, con il pubblico che si fronteggia e vede nell’altra metà scenografie che non ci saranno mai, altri spazi, altri luoghi. Alla fine quello che si vede sono solo facce. Quindi sicuramente ci sarà una disposizione a pianta centrale. E poi, l’isola è il palco, il palco dove è accampata questa compagnia di attori.
Un elemento che vorrei ci fosse e che deriva dal mondo della sceneggiata, che secondo me è il mondo elisabettiano della nostra tradizione, è la forte intrusione del tempo quotidiano nel tempo scenico. Totorelli mi racconta che a volte, durante gli spettacoli, nei momenti di massima tensione drammatica si sentiva un fortissimo odore di cucinato che veniva dai camerini: gli altri attori avevano evidentemente esigenze diverse da quelle dell’entrare in parte o cose del genere. La riflessione che ho fatto sulla Tempesta parte un po’ da lì, anche perché sembra evidente che Shakespeare fosse ormai realmente stanco del teatro. Quello che fa dire a Prospero nell’epilogo mi pare sia qualcosa di diverso da un testamento, come viene comunemente considerato, è piuttosto la richiesta di fare altro, il desiderio di lasciare fortemente spazio alla vita. Tutto questo aspetto credo che sarà un elemento importante anche per la concezione spaziale. E poi, forse un cielo d’acqua per un mondo alla rovescia; di sicuro la musica che è sempre centrale nei nostri lavori, è essa stessa scenografia; infine Caterina, una gallina.
G.F. È rivelabile il mistero del titolo?
D.I. Certo, tutta questa storia della Tempesta nasce dai racconti di Nino D’Angelo, Totorelli, Emy Salvador su questo comico di sceneggiata che si chiamava Vicienzo ‘o Pazzo, che per conquistarsi il pubblico si inventava dei numeri assurdi, per cui entrava in scena tentando di addormentare una gallina, dicendo appunto “dormiti gallina dormiti!”, in realtà soffocandola, così come addormentava gli asini usando la morfina. Questa storia mi ha molto suggestionato, facendomi pensare che forse il teatro di Shakespeare era così. Ho immaginato Prospero come un mago degradato, che si affanna e si appende a delle magie improbabili perché la magia possa reinventare un mondo, in una serie di giochi di specchio e di teatrini.
Secondo me La Tempesta non è per niente liberatoria, anzi probabilmente è l’opera più amara di Shakespeare, sicuramente la più difficile da comprendere, la più cupa, anche se ne è stata spesso fatta una lettura mielosa, in maggiore. E poi la gallina è in qualche modo Ariel ed anche un motivo personale, il mio primo contatto con la magia. Da bambino sognavo sempre che le galline mi pizzicavano gli occhi e per farmi passare questi incubi mia madre mi portò dalla psicologa del paese, la fattucchiera, che mi fece la ” paura”, e mi curò, credo.
G.F. Quindi sarà una Tempesta napoletana. Come metti insieme il peso di una tradizione e la necessità di uscirne? La tradizione è anche l’isola, ma poi devi affrontare il mare aperto, il mondo è il mare aperto.
D.I. Il lavoro sui linguaggi della nostra tradizione popolare, sulla loro comprensione, parte dall’incontro con Igor Niego. Igor è un giovane musicista del nostro gruppo, e gira l’Italia in cerca degli ultimi portatori della tradizione musicale popolare. Dovunque si trovi prende la sua tammorra e suona, trova un albero di notte e suona. È come se andasse e tornasse continuamente da un’altra parte. La tradizione per me è un po’ questo, un ponte da percorrere in tutti e due i sensi, far passare le correnti, mischiare…
G.F. La Tempesta come la sceneggiata, insomma? Come King Lear lacrime napulitane di Leo?
D.I. Sì, è a quel mondo che penso, ma non come grammatica espressiva, piuttosto come concezione. Mi sembra che l’attore che muore facendo l’Amleto tra le gambe del pubblico accalcato sul palco del Globe dove i bagarini dell’epoca hanno venduto tutti gli scranni, sia uguale a quello della sceneggiata che è spinto dal lancio di armi del pubblico a vendicare realmente le infamità. Un teatro che serve a qualcosa, che si vede che serve a qualcosa.
E poi la traduzione sarà affidata a Silvestro Sentiero, poeta pescatore di Torre Annunziata, che in strada dedica ai passanti ritratti poetici, vedendo probabilmente cose che non sono ma facendo contenta per un po’ la gente. Mi sembrava che fosse la persona giusta per questo lavoro.