DRÖMMAR

Ideato e diretto da DAVIDE IODICE
Drammaturgia ISABEL CRUZ LILJEGREN
Scenografie e costumi TIZIANO FARIO
Musiche composte ed eseguite in scena da HARRIET OHLSSON
con EVIN AHMAD, YNGVE DAHLBERG, ELISABETH GÖRANSSON, KARDO RAZZAZI, ANDERS TOLERGÅRD, SIW-MONICA JOHANSSON, DEZSÖ LAKOS, FRODE FRIEDEN, JOEL CARLSTRÖM, DANIEL CARLSTRÖM
Produzione FOLKTEATERN DI GÖTEBORG

DRÖMMAR [2016] È LA PRIMA TAPPA INTERNAZIONALE DI UN PROCESSO DI RICERCA SUI “SOGNI DEGLI ULTIMI”, CHE DAVIDE IODICE HA AVVIATO SETTE ANNI FA NEI DORMITORI PUBBLICI ITALIANI E CHE DA ALLORA HA ARTICOLAZIONI E SVILUPPI DIVERSI IN VARIE CITTÀ PRODUCENDO OGNI VOLTA UN’ OPERA ORIGINALE ISPIRATA ALLE PERSONE E AL TESSUTO SOCIALE DEL LUOGO OSPITANTE.

Lo spazio potrebbe dirsi un rimessaggio per sogni infranti, che prende in prestito la sua forma da quell’enorme bacino di carenaggio che sosta da decenni proprio di fronte al teatro. Qui si riparavano e si costruivano navi di ogni foggia, con un lavoro duro che impegnava centinaia di operai da ogni parte della Svezia e oltre. Quando la Damen ha chiuso i battenti per trasferire il cantiere in un altro paese, uno degli operai , di notte, ha cancellato l’enorme D, trasformando quel simbolo di operosità e fatica, in un grande monumento galleggiante alla disillusione.
Da qui è partita la mia riflessione e la mia ricerca, quel gigantesco AMEN con la su storia di fatica, incidenti, vite perdute, licenziamenti, era uno sfregio e un monito; uno sfregio alla immagine di perfezione di questo paese e un monito all’illusorietà del sistema produttivo globale: il simbolo di un naufragio.
L’immagine del naufragio si è sovrapposta subito a quella dei sogni, delle utopie, che sono la materia di indagine di questo processo creativo andando a formare la visione centrale della drammaturgia e producendo una inversione simbolica nella quale ho ritrovato in qualche modo le suggestioni strindberghiane del Sogno, da cui il processo è stato originato.
Gli operai che riparano le navi sono divenuti nel mio immaginario gli operai che riparano i sogni infranti e mi è sembrato naturale identificarli con gli homeless e le persone socialmente disagiate che stiamo incontrando nelle nostre ricerche e nei nostri workshop. A loro ho voluto restituire seppure nel breve momento dell’interazione scenica la ‘dignità’ di un ‘lavoro’ che li ricollochi nel seno di una socialità dove l’umanità ha valore al di là della sua produttività in termini di mercato.
Gli riconsegno perciò quella D cancellata, come simbolo di un sogno (Drommar), una utopia possibile.
Dall’altro lato la società svedese, ma in generale la società europea che da mesi è alle prese con una crisi migratoria senza precedenti ha assunto nella mia visione, per inversione appunto, quello stesso ruolo di naufrago che la Storia sta attribuendo a quei popoli in fuga da ogni dove. E’ la nostra società che naufraga e la nostra società che è chiamata a trarre in salvo quel senso di umanità, di comunità, di eguaglianza che è andato disperso col relitto del nostro pensiero consumistico e individualistico, che tutti ci sprofonda.
In questo luogo, dunque, realistico e lirico a un tempo, abitato da presenze surreali perché più che reali, ( la notte vagabonda, gli operai, un arcano spirito della musica), arriva un manipolo di umanità dispersa come spinta da una onda ‘ ontologica’ , seminudi i corpi, stringono a sé ciò che hanno già smarrito, la fanciullezza, una pietas autentica, la speranza di una salvezza che non può essere se non collettiva. Il fanciullo appena sottratto alle acque, che indossa un giubbotto salvagente, diventa quindi il simbolo di una possibile rinascita, è lui il sogno del padre che affronta il mare nel lungo viaggio verso un mondo nuovo, è lui la nostra autentica possibilità di salvezza. Lo immagino dormire pur sapendo che nella realtà, a ogni viaggio verso il nostro mondo ‘nuovo’ quel bambino non si sveglierà.
Qui, come per una sorta di ‘terapia traumatica’, appunto, (traum- è anche sogno), i naufraghi dovranno rivivere i sogni agiti e innescati dagli ‘operai’ secondo un processo di progressiva catarsi in cui riaffiori poco a poco quel senso di umanità che è andato perduto.
Come quel re che non aveva mai sognato fino al giorno in cui dormì in un porcile, così questa piccola disorientata società di naufraghi impersonata dagli attori, potrà forse recuperare la sua capacità di immaginare una utopia collettiva attraverso un processo di transfert, vivendo come propri, quegli incubi e quegli aneliti di una umanità la cui esistenza è quotidianamente rimossa.

dal diario di lavoro di Davide Iodice – settembre 2015